M
Incontro
con Mauro AdorniO ADORNI:
artista per caso. Comunque un artista. Non solo Commediografo
e attore dialettale. È molto di più. Leggi i suoi racconti
e scopri uno scrittore; i versi e ti viene incontro un poeta. Con
due righe in "sissese" riesce a descrivere un mondo intero.
È artista perché sa ascoltare: al bar, in giro guarda
le persone, le studia, ne segue i racconti. Torna a casa, li rumina
per mesi e diventano commedie, narrazioni, poesie. Quest'anno (2004)
MAURO festeggia i trentasette anni della sua
attività creativa. Nata per caso, una sera, quando la
Compagnia Dialettale Sissese, formatasi da poco all'interno del circolo
"Libertas", lo costrinse a recitare una particina nella
commedia "I pugiöi in sträda méstra", tradotta
da un lavoro di Macario.
"Io
aiutavo a montare le scene, mi davo da fare nei lavori esterni, ma
non avevo mai pensato di recitare. Accettai di fare la parte di un
tappezziere. Eravamo a Suzzara, nel teatro della Ditta OM. La mia
unica battuta era 'sono venuto per le misure', e basta. Entrai e la
gente si mise a ridere subito, senza che parlassi. Dissi la
battuta e mi avvicinai alla finestra. Anche se non era in copione,
feci finta di cadere e poi iniziai a zoppicare. Improvvisai. Ci fu
una specie di boato!". Era il 1968.
Da allora MAURO non ha più smesso di salire sul palcoscenico,
di far ridere e di recitare a soggetto. È capace di stare parecchi
minuti immobile, in silenzio; la gente ride lo stesso. Quella maschera
surreale che è la sua faccia parla per lui.
"Per
due anni le commedie ce le ha fornite la Famija Pramzana. Poi non
sapevamo più dove trovarne, allora mi sono detto 'le scrivo
io'. Non l'avevo mai fatto, ma mi venivano fuori così, come
il fiato. In dialetto. Ne ho scritto più di venti e ho già
in mente dei soggetti per altri lavori".
Certo
che a un osservatore come lui i soggetti non mancano mai! Con lui
non c'è nemmeno bisogno di fare domande, basta
ascoltare la sua parlata nata sugli argini. E si racconta con
semplicità.
È
nato a Sissa nel 1941. La sua era una famiglia di fornai. Anche lui
ha imparato il mestiere e lo ha fatto fino a trent'anni. Poi ha cominciato
l'attività di posatore. Un lavoro pesante. "Ma
quelli erano anni buoni, si guadagnava bene e valeva la pena".
Oggi è in pensione, anche se prima di andarci manifestava "paura
di non saper più cosa fare". Mica male per
uno che recita, suona
in un complesso e scrive commedie, poesie
e racconti: quando parla delle sue passioni, il teatro, i versi, la
musica, dice "di
non aver mai abbastanza tempo per fare tutto quello che ha in mente".
Fino ad oggi ha "composto" di notte, dopo gli spettacoli
in giro per la provincia. Si muove col buio. È nel profondo
delle tenebre che qualcosa di visto o di sentito raccontare gli mette
in moto la fantasia. E la penna viaggia con facilità, anche
se "scrivere gli nuoce".
"A
scuola nei temi ero bravissimo ma la maestra diceva 'non è
farina del tuo sacco'; pensava che li avessi copiati. Forse perché
quando mi chiamavano per l'interrogazione ero terrorizzato, non riuscivo
a parlare. Era difficile credere che in scrittura fossi così
diverso".
In
classe lo rimproveravano perché parlava in dialetto,
"ma a lui veniva naturale, era la sua lingua, il modo migliore
di esprimersi". Come ora. Con il dialetto riesce a far ridere
e anche commuovere: è la voce dolce e amara della "Bassa"
tranquilla e laboriosa tra le spire strette, vorticose e talora rabbiose
del Taro e le morbide, ampie anse del
Po, il Grande Italico Fiume.
Il Po, il "suo Po"! Quello
dei ricordi, quello di una volta! "Andär
adré Po" era il gioco preferito dei ragazzi
della "Bassa". Anche il suo.
"Ci sono andato
anche il giorno dell'esame di terza media, avevo paura, non mi sono
presentato a scuola e me' mädra la m'é cursa adré!".
Il
fiume allora era limpido, era il mare di tutti e non costava niente.
Quelli di Sissa ci andavano il sabato e la domenica nei mesi estivi.
"Ci
facevamo traghettare, sette o otto alla volta, sull'altra sponda,
nel cremonese, perché là si formava la spiaggia. Si
pagavano duecento lire a testa per il passaggio e stavamo lì
tutto il pomeriggio. Ci portavamo dei panini. C'era sempre la cocomera
al fresco dentro l'acqua, che allora era pulita davvero! Si poteva
bere dalle sortìe che uscivano dal letto del fiume. I cremonesi
avevano piacere che noi andassimo dalla loro parte, ci tenevano a
farsi degli amici tra noi parmigiani. Anche le donne accettavano la
corte".
Tra
i giovani bagnanti nascevano amicizie e amori. Anche MAURO ha conosciuto
la donna della sua vita sulla spiaggia. E una volta sposato si è
stabilito "d'adlà
da l'äcqua", a Torricella del Pizzo.
Ma "prima ad matar
la testa a post", come si usa dire, MAURO era un tipo
piuttosto "vivace". Era sempre in pista, con gli amici naturalmente.
"Gli
ultimi anni '50 sono stati bellissimi! Era il momento del passaggio
da 'senza soldi' a 'con un po' di soldi in tasca'. Con duecento lire
si andava al 'Ducale' a Parma a vedere l'avanspettacolo e subito dopo
al cinema. Quando a Sissa arrivavano le giostre, facevamo l'abbonamento:
con cinquecento lire si stava sull'autopista tutta la sera. C'era
uno di noi che aveva la moto con dietro un carrettino. Ci caricava
in quattro o cinque e si andava in giro. Una volta eravamo andati
a ballare. Nel piazzale davanti al locale facevamo i furbi girando
in tondo: ad un certo punto 'al caràt
al s'é ingalunà e al s'ha bütà töt
föra par tèra'!".
Altra epoca. Da allora sono cambiati i tempi, sono cambiate le persone.
Anche il fiume non è più lo stesso. È come se
la gente e l'acqua si fossero ammalate contemporaneamente in un comune
destino.
"È
stato dopo il '65 che è iniziato l'inquinamento del Po. Me
lo ricordo perché in quell'anno a Torricella di Sissa c'era
stata una tromba d'aria tremenda che aveva distrutto buona parte del
paese. Quel pomeriggio di luglio eravamo al fiume. C'era un vento
che sollevava la sabbia e ci eravamo riparati con le salviette. Siamo
partiti in macchina mentre iniziava il tornado. Passavamo in mezzo
al paese e vedevamo le tegole volare, la macchina dondolava. Siamo
riusciti ad oltrepassare la zona più colpita appena in tempo:
i tetti e i muri di tante case erano crollati, gli alberi sradicati.
Un disastro".
Storie di fiume. Storie di acqua e di terra, spesso divertenti, a
volte amare, malinconiche e poetiche come i tramonti d'autunno lungo
le rive: storie vissute, ma anche drammi che MAURO ha solo sentito
narrare.
"Mia
nonna raccontava che lungo gli argini del Po fino ai primi anni del
'900 vivevano i 'Sabión'. Erano persone poverissime che abitavano
dentro delle baracche. A Carnevale si vedevano in paese. Volevano
partecipare alla festa e, non avendo altro con cui travestirsi, tenevano
i vestiti miseri di sempre, gli unici che avevano. Magari si rivoltavano
una giacca o il tabarro e portavano in mano qualsiasi oggetto, tanto
per aver qualcosa: un bastone, una 'smuiaröla', un tegamino.
Da allora sono chiamate 'sabión' quelle maschere povere, fatte
in casa, messe assieme tanto per divertirsi, per fare carnevale".
E
ai "Sabión" MAURO ha dedicato una delle sue più
commoventi e toccanti poesie inserite nel libro "I
Racconti di Oscar", edito nel 1998.
Già Oscar. Tante storie lo vedono protagonista in questi racconti
che srotolano senza sosta facce, personaggi di paese, scene di vita
del passato. Un protagonista maldestro, grottesco, un po' filosofo.
"Oscar esiste davvero.
Per un periodo ha lavorato con me. Per tutta la vita aveva fatto il
contadino e non aveva mai visto niente. In quasi sessant'anni non
era mai stato al mare, non era mai salito in ascensore, né
su una scala mobile. Con lui sono andato a lavorare in Sardegna con
la nave. Quando siamo arrivati sull'isola, la prima notte non è
riuscito a dormire: si è messo a girare nel porto per guardare
il traghetto. Non poteva capire come facesse a trasportare tante cose
senza affondare!".
In
queste storie MAURO traccia i contorni di antiche usanze, di scene
tradizionali, figlie della terra. Mantenere viva la memoria è
la sua "missione". Ridà vita alle più antiche
parole dialettali, ai proverbi che stanno scomparendo. Alle canzoni
folk.
Perché dal 1988 MAURO ha nella sua vulcanica attività
anche la musica. In quattro hanno dato vita ad un gruppo: "La
Minèstron Band".
"Quando
ci siamo sentiti in forze, abbiamo iniziato a girare le feste, ad
andare nei locali, raccogliendo soldi da dare in beneficenza. Adesso
siamo in dodici elementi e andiamo nelle 'vetrine' di tante città.
Siamo stati in Piazza Duomo a Milano, nonostante i vigili volessero
cacciarci, siamo stati anche a Sanremo nei giorni del Festival. Quando
c'è qualche manifestazione, partiamo".
MAURO
suona uno strumento particolare costituito da un barilotto per il
petrolio e da due corde, chiamato "bidón bass", e
si esibisce come cabarettista.
Nel 2002 da una idea di Andea Bayer e Angelo Rastelli, per la regia
dello stesso Rastelli, è stato realizzato un documentario,
trasmesso anche da Rete 4, dal titolo: "VI RACCONTO UNA STORIA
VERA"(Sulle tracce di Don Camillo e del
'Mondo Piccolo' di Guareschi). Si tratta di un viaggio alla
ricerca dei prototipi reali dei due personaggi protagonisti dei libri
prima e dei films dopo di Giovannino Guareschi. Protagonisti esistiti
veramente, perché Guareschi ha preso spunto da figure esistite
realmente, parroci e sindaci dell'epoca. Orbene il regista Rastelli
ha voluto MAURO ADORNI come guida in questo cammino volto a ritrovare
le tracce di tali personaggi nelle persone e nei luoghi che hanno
ispirato il celebre scrittore.
E, "dulcis in fundo", MAURO, che da 'pensionato' aveva paura
di non sapere più cosa fare, trova invece anche il tempo di
partecipare in primis all'attività amministrativa del suo Comune
di adozione. Infatti dalle ultime elezioni è Assessore
allo sport e alle attività culturali di Torricella del
Pizzo.
Ci pare ora giusto concludere questo incontro con alcuni scritti di
MAURO, tratti dal volume "I Racconti di Oscar". Racconti
e poesie che sono come lui, divertenti ed esilaranti, ma talora anche
venati di una amarezza sottile.
LA
MASÄDA DAL GUZÉN
Gh'era bèle töt pront in tal curtil. Sota la furnazèla
l'äcqua la s'era adrè a scaldär, i fèr e al
curadùr ieran insima a la tavlata cum i buräs.
A riva in biciclata la muiéra dal masalén par dir che
so' marì l'era stä' mäl dürant la nòta
e al n'as sinteva mia ad masär.
Intant ch'la va via Oscar al diz: "S'al gh'é mia lö',
al mäs me!" La Lina, so' surèla, anca lì'
mia spuzäda, l'ag diz: "Ma sit bon?". "Un mastér
al väl cl'ätar" l'ag risponda Oscar da bräv maringón
e al cumincia a güsär al curadùr. "Sö!,
vèra l'ös dal pursìl!".
La Lina in saväti la vèra, al guzén al ven föra
e l'as guärda in gir. Oscar l'ag sälta adòs, l'ag
ciäpa la gämba sinistra, al la straböca a pansa a préria,
l'ag pianta al curadùr e, par essar sicür, l'ag dà
'n'ätar culp. Al guzén l'as mata a sigär, al squäsa
la testa, l'as mata in snución, pò l'as leva in pé.
Oscar al capésa ch'l'é un òss dür e al diz
a so' surèla: "Ténal par la cua ch'ag däg
'n'ätar culp!". L'ag córa davanti e l'ag dà
un culp püsè fort ch'l'as cardéva d'averal trapasà.
A cul pont lé al guzén al s'é argiulì.
L'ha cumincià a tiräras adré la Lina ch'al g'ha
fät spasär al curtil, strabücär di sdèi
e müciär dil tävli.
Oscar al s'é ingatunà d'addré a la furnazèla
e la Lina, apéna scargäda, la s'é saräda sö
in ca'. A gh'era un sigaméri che tra al guzén e la Lina
a n'as säva mia qual'era da masär.
Oscar, a la Tarzan, al sgh'é tacà atäca a la schena
e l'ha cumincià a scuraiär da töt al pärti e
l'ültma, prima d'essar scargà, al gl'ha däda in tal
cül dil volti che al cör l'avés cambià pusisiòn.
Al guzén al pisäva sanguv, Oscar l'era töt rós,
i mür iävan cambià culùr.
A gh'era dal sanguv dapartöt. Ancora 'na pirläda e pò
al guzén l'é dà zò cmé un ramlasón.
L'é stà squartà, impicà, e, quanda é
gnì al veterinäri a buläral, al g'ha det: "Oscar
at fè sensa färal sgusulär: l'é mort disanguà".
L'ÖS SENSA MARLATA
Al cèsso ad töt al ca' ad campägna l'era 'na casléna
di nanén: un metar par un metar d'area, al büz trenta
bor ad diametro, al fnastrén par matrag al föi ad giurnäl
che quanda a piuveva as fäva sensa bidè. L'ös tajà
cürt in fonda par fär passär l'äria che d'inveran,
quanda a t'at chinäv, t'andäva via la vöia e, par marlata,
a gh'era un curdén che, quanda at sér dentar, at tiräv
e col föra al capéva ch'l'era impgnà.
Anca a ca' d'Oscar al gh'era, ma lö', ch'al giräva, l'äva
vest che al cèsso in ca' al pudeva essar püsè comad.
Vest che so' mädra l'äva mücià 'na certa età,
al la vreva far sö. La Lina l'era ad l'avìs, parché
ag nuzeva färas vadar andärag, ma so' mädra no. Lì'
l'era afesiunäda a cul cèsso là, prima ad töt
parché al l'äva fät sö al so' povar marì;
pò l'era prätic; inveci, s'al fés stä' fät
sö in ca', al sarés stä' anti igienic.
Un dé la Lina, vest che la mäma la fäva fadiga, al
l'ha acumpagnäda al sarvési e, vest che la cosa l'era
longa, l'é armästa d'acordi che, apena fnì, l'arés
ciamà; intant lì' l'andäva a fär sö i
lèt.
Passà i dez minüd e vest che la mäma la dzéva
agnenta, la Lina, premürusa, la manda Oscar a vadar. Oscar al
l'ha ciamäda, ma sicome la mäma l'era impgnäda cum
'na man a tgniras sö la vèsta, cum cl'ätra a puliras,
cum i dent a tgnir al curdén ad l'ös, l'an pudeva mia
därag risposta.
Oscar, sentend agnenta e cardend ch'a fés sucès qualcosa,
ad premüra l'ha tirà l'ös a töta forsa. L'ös
al s'é vèrt cum la dintera atäca al curdén;
so' mädra chinäda l'ha ciapà al trapéch e
l'é andäda a cascär drét in tal büz!
Oscar, vest la scena, par mia sentar paroli da fögh, al töz
sö la dintera, al l'infilsa in boca a so' mädra e in tono
ad braväda l'ag diz: "Mama, al cesso in ca' al g'arà
la marlata ch'as sèra!".
LA VCÉNA DAL BASTUNSÉN
'Na stansa cum 'na fnèstra l'era la so' ca'. In mèza
'na tävla da un metar quädar e in 'n'angul un lèt
da 'na piäsa. In mèza a la paré un camén
cum al bòrd smaltà ad marón e, in sima al bòrd,
'na svèglia ch'la fäva tic tac. Impicà atäca
a la cadena a gh'era sempar un brunzén d'äcqua cälda
riscaldäda dai brèz che cuntinuament i brüzävan
in tla sandra.
La padrona ad la stansa l'era 'na vcéna älta un metar
e quaranta par quaranta chilo e töt al dé la stäva
davanti a la fnèstra a guardär al giardén comünäl.
Mia ch'la fés curiusa, ma la tgneva d'oc al ciel. Apena ch'a
gneva sö un quälc nivul, s'alväva 'na spira ad vent
e al pianti is matevan a dindulär, lì' l'as mateva al
sciäl in co', la gneva föra in tl'ändit e la tgneva
d'oc s'a gh'era un quälc bròc sac ch'a däva zò
par tèra.
Apena pasà al pericul, l'as mateva a girär in mèza
al pianti dal giardén e la cuminciäva a catär sö
töt i fruschén ch'era dä' zò, al lia mateva
in tal scusäl e, quanda l'era pien, al mässim al n'in tgneva
dü chilo, al l'andäva a scargär in ca'. S'a gh'era
un quälc räm gròs, l'as fäva aiütär
da nüätar ragäs, parché a lì' ag mancäva
la forsa.
Quanda la turnäva a ca', la mateva töt i tuchén ad
legna ben giöst e in fila ad fianc al camén acsé
i sügävan. Cum al gaväl la däva 'n'arvultäda
ai brèz e pò la n'in mateva sö von par mia fär
trop fög töt in 'na volta. La tuleva l'ünica scräna
ag gh'era in tla stansa, l'as sideva atäca al camén e
pò la parläva a la fiäma. L'era 'na so' amiga, la
so' cumpagnia.
Un dé, in tal giardén i bròc par tèra
i s'en mücià. La vcéna l'é städa catäda
sensa véta, sidida dasvén al camén e anca al
fög l'äva fnì ad parlärag, vest che lì'
l'ag däva pö risposta.
AL ME' PO
Sempar
bèl gnirat a catär
specialment sot sira, l'ura dal tramuntär.
In mèza
a 'na campägna afusa e maläda
a t'ag sì te, o Po, che cmé 'na vena squarciäda
at port a la Bässa Padäna
al sanguv, la véta, la mäna.
Mument
d'incant quanda i culùr
inturna a te, sensa pitùr, is mastüran tra lur
e asura a töt a suvrästa al rós fughént,
che -mo guärda- al renda la to' äcqua culùr argent.
Al piòpi
in fila cmé tant granatér sull'attenti
it salötan cum al föji e is mövan cuntenti,
parché i ciäpan da te cl'alzéra ruzäda
ch'l'é al so' pan par töt la giurnäda.
La bärca
dal pascadur la rasenta la sponda
e, sbürläda dal ram che cum forsa al täja l'onda,
la rompa al rós ch'a s'inspiciäva dal ciel
lasand 'na scia sütila in sima al to' vel.
'Na pelicola
ad vent la cumincia a spirär
e, intant che l'erba pavéra l'as läsa dindulär,
al gabiàn al vèra j'äli e al va via;
ma dopa al riturna, ag piäz trop la to' cumpagnia.
Al sul
l'ha bèle nascost al so' müz,
la lóna in mèza al növli l'ha vèrt al so'
büz
e la cumincia a fär j'ombri pö longhi
infén a quarciär l'ärzan, i bosch, al to' spondi.
A cäla
la sira. Da la bianca sabièra
sa stenda, alzéra, la cuèrta ad fümèra
ch'la sa sparpäja par l'immensa pianüra,
purtand a la Bässa ricassa par la natüra.
Sempar
bèl gnirat a catär. Riturnarò.
Costo l'é 'n'amig. Costo l'é al me' Po.
I
SABIÓN
I Sabión i rivan in fila da la stréna
i stan in cazòt d'asvén a la guléna.
In sima a l'ärzan is möcian
e cum smuiaröli, bastón e viulén
i täcan 'na müsica fäta ad ciòc e sunén.
Vistì
ad sträs catà e invarsà,
i päran ombri riflèsi in tal póci
e ilüminà da 'na lóna laväda
i travèrsan i camp ad cultüra
ancora quarcià da la neva zläda , düra.
I rivan
in paés i Sabión
purtand un cranväl sensa lüstrén.
La genta al j'invìda cuntenta
a fär quätar sält, cantär al cansón,
magnär ciacri e turtèi cum ven bon.
A gh'é
la dunlata cum zò i calsàt,
von vistì cm'al tabär al fa al ladrón,
al vèc sunadùr da cantastorii,
l'oman ad la lóna al pensa cuntent
a còsi luntäni, al ciel, al firmament.
I cant
in tla nòta is van a smursär.
Pian pian i Sabión i läsn al paés.
I squäsan al brizi di duls armästi in sacòsa,
i sèguan al sul ch'l'as léva a préria.
Al cranväl ad la véta al dventa miseria.
LA
MADÓNA DI SPÉN
Luntan dal mond, smingäda dal temp
gh'é 'n'angul ad tèra armästa incantäda
sensa castèi, né mür e cimént,
che la Bässa Padäna la s'é tgnida lugäda.
Un spigul ad tèra da pòc
sulament col ch'a ven:
'n'òpi, 'na séza, dü bròc
e un turént circundà da rübén.
Tra sintér,
camp e tèra aräda
piena ad cürvi e in fonda dü pén,
sa stenda 'na sträda giaräda
ch'a porta a la Madóna di Spén.
Un santüäri
pien d'ümiltà,
picén, sensa tóri e campäni.
A l'altäri un lümén sempar pià
al fa lüza a tre viöli paisäni.
Dal quädar
in tal mür pitürà
la Madunéna la bräsa al Bambén
e la prega cum immensa buntà
Par spuntär e limär i nostar spén.
===> La Storia
della Compagnia Dialettale Sissese