Le Opere e le trame:

 

 

1973 "Al Tütur"

1976 "Al Morbo Efisio"

1978 "Al linsöl"

1982 "La Mäpa"

1983 "Scumatómian?"

1984 "N'American in tal granèr"

1985 "Al Sosïa"

1987 "La recita pral Vascov"

1991 "La grämla"

1992 "Al fiöl dal campanèr"

1993 "La ca' di Madgón"

1995 "In Paradis chi 'g va?"

1996 "Vät a fär visitär"

1998 "Al povar zio"

2000 "Trì lampàs, 'na trunäda e…"

2001 "Al ciäcri ién dóni, i fät ién mäsc"

2002 "Robi da mät"

2004 "AL CIÄPA CIÄPA"

2006 "Matrimóni imbrujä’"

2007 "Me a la mas"’"

 

 

M

Incontro con Mauro AdorniO ADORNI: artista per caso. Comunque un artista. Non solo Commediografo e attore dialettale. È molto di più. Leggi i suoi racconti e scopri uno scrittore; i versi e ti viene incontro un poeta. Con due righe in "sissese" riesce a descrivere un mondo intero. È artista perché sa ascoltare: al bar, in giro guarda le persone, le studia, ne segue i racconti. Torna a casa, li rumina per mesi e diventano commedie, narrazioni, poesie. Quest'anno (2004) MAURO festeggia i trentasette anni della sua attività creativa. Nata per caso, una sera, quando la Compagnia Dialettale Sissese, formatasi da poco all'interno del circolo "Libertas", lo costrinse a recitare una particina nella commedia "I pugiöi in sträda méstra", tradotta da un lavoro di Macario.

"Io aiutavo a montare le scene, mi davo da fare nei lavori esterni, ma non avevo mai pensato di recitare. Accettai di fare la parte di un tappezziere. Eravamo a Suzzara, nel teatro della Ditta OM. La mia unica battuta era 'sono venuto per le misure', e basta. Entrai e la gente si mise a ridere subito, senza che parlassi. Dissi la battuta e mi avvicinai alla finestra. Anche se non era in copione, feci finta di cadere e poi iniziai a zoppicare. Improvvisai. Ci fu una specie di boato!". Era il 1968.

Da allora MAURO non ha più smesso di salire sul palcoscenico, di far ridere e di recitare a soggetto. È capace di stare parecchi minuti immobile, in silenzio; la gente ride lo stesso. Quella maschera surreale che è la sua faccia parla per lui.

"Per due anni le commedie ce le ha fornite la Famija Pramzana. Poi non sapevamo più dove trovarne, allora mi sono detto 'le scrivo io'. Non l'avevo mai fatto, ma mi venivano fuori così, come il fiato. In dialetto. Ne ho scritto più di venti e ho già in mente dei soggetti per altri lavori".

Certo che a un osservatore come lui i soggetti non mancano mai! Con lui non c'è nemmeno bisogno di fare domande, basta ascoltare la sua parlata nata sugli argini. E si racconta con semplicità.

È nato a Sissa nel 1941. La sua era una famiglia di fornai. Anche lui ha imparato il mestiere e lo ha fatto fino a trent'anni. Poi ha cominciato l'attività di posatore. Un lavoro pesante. "Ma quelli erano anni buoni, si guadagnava bene e valeva la pena". Oggi è in pensione, anche se prima di andarci manifestava "paura di non saper più cosa fare". Mica male per uno che recita, suona in un complesso e scrive commedie, poesie e racconti: quando parla delle sue passioni, il teatro, i versi, la musica, dice "di non aver mai abbastanza tempo per fare tutto quello che ha in mente".

Fino ad oggi ha "composto" di notte, dopo gli spettacoli in giro per la provincia. Si muove col buio. È nel profondo delle tenebre che qualcosa di visto o di sentito raccontare gli mette in moto la fantasia. E la penna viaggia con facilità, anche se "scrivere gli nuoce".

"A scuola nei temi ero bravissimo ma la maestra diceva 'non è farina del tuo sacco'; pensava che li avessi copiati. Forse perché quando mi chiamavano per l'interrogazione ero terrorizzato, non riuscivo a parlare. Era difficile credere che in scrittura fossi così diverso".

In classe lo rimproveravano perché parlava in dialetto, "ma a lui veniva naturale, era la sua lingua, il modo migliore di esprimersi". Come ora. Con il dialetto riesce a far ridere e anche commuovere: è la voce dolce e amara della "Bassa" tranquilla e laboriosa tra le spire strette, vorticose e talora rabbiose del Taro e le morbide, ampie anse del Po, il Grande Italico Fiume.

Il Po, il "suo Po"! Quello dei ricordi, quello di una volta! "Andär adré Po" era il gioco preferito dei ragazzi della "Bassa". Anche il suo.

"Ci sono andato anche il giorno dell'esame di terza media, avevo paura, non mi sono presentato a scuola e me' mädra la m'é cursa adré!".

Il fiume allora era limpido, era il mare di tutti e non costava niente. Quelli di Sissa ci andavano il sabato e la domenica nei mesi estivi.

"Ci facevamo traghettare, sette o otto alla volta, sull'altra sponda, nel cremonese, perché là si formava la spiaggia. Si pagavano duecento lire a testa per il passaggio e stavamo lì tutto il pomeriggio. Ci portavamo dei panini. C'era sempre la cocomera al fresco dentro l'acqua, che allora era pulita davvero! Si poteva bere dalle sortìe che uscivano dal letto del fiume. I cremonesi avevano piacere che noi andassimo dalla loro parte, ci tenevano a farsi degli amici tra noi parmigiani. Anche le donne accettavano la corte".

Tra i giovani bagnanti nascevano amicizie e amori. Anche MAURO ha conosciuto la donna della sua vita sulla spiaggia. E una volta sposato si è stabilito "d'adlà da l'äcqua", a Torricella del Pizzo.

Ma "prima ad matar la testa a post", come si usa dire, MAURO era un tipo piuttosto "vivace". Era sempre in pista, con gli amici naturalmente.

"Gli ultimi anni '50 sono stati bellissimi! Era il momento del passaggio da 'senza soldi' a 'con un po' di soldi in tasca'. Con duecento lire si andava al 'Ducale' a Parma a vedere l'avanspettacolo e subito dopo al cinema. Quando a Sissa arrivavano le giostre, facevamo l'abbonamento: con cinquecento lire si stava sull'autopista tutta la sera. C'era uno di noi che aveva la moto con dietro un carrettino. Ci caricava in quattro o cinque e si andava in giro. Una volta eravamo andati a ballare. Nel piazzale davanti al locale facevamo i furbi girando in tondo: ad un certo punto 'al caràt al s'é ingalunà e al s'ha bütà töt föra par tèra'!".

Altra epoca. Da allora sono cambiati i tempi, sono cambiate le persone. Anche il fiume non è più lo stesso. È come se la gente e l'acqua si fossero ammalate contemporaneamente in un comune destino.

"È stato dopo il '65 che è iniziato l'inquinamento del Po. Me lo ricordo perché in quell'anno a Torricella di Sissa c'era stata una tromba d'aria tremenda che aveva distrutto buona parte del paese. Quel pomeriggio di luglio eravamo al fiume. C'era un vento che sollevava la sabbia e ci eravamo riparati con le salviette. Siamo partiti in macchina mentre iniziava il tornado. Passavamo in mezzo al paese e vedevamo le tegole volare, la macchina dondolava. Siamo riusciti ad oltrepassare la zona più colpita appena in tempo: i tetti e i muri di tante case erano crollati, gli alberi sradicati. Un disastro".

Storie di fiume. Storie di acqua e di terra, spesso divertenti, a volte amare, malinconiche e poetiche come i tramonti d'autunno lungo le rive: storie vissute, ma anche drammi che MAURO ha solo sentito narrare.

"Mia nonna raccontava che lungo gli argini del Po fino ai primi anni del '900 vivevano i 'Sabión'. Erano persone poverissime che abitavano dentro delle baracche. A Carnevale si vedevano in paese. Volevano partecipare alla festa e, non avendo altro con cui travestirsi, tenevano i vestiti miseri di sempre, gli unici che avevano. Magari si rivoltavano una giacca o il tabarro e portavano in mano qualsiasi oggetto, tanto per aver qualcosa: un bastone, una 'smuiaröla', un tegamino. Da allora sono chiamate 'sabión' quelle maschere povere, fatte in casa, messe assieme tanto per divertirsi, per fare carnevale".

E ai "Sabión" MAURO ha dedicato una delle sue più commoventi e toccanti poesie inserite nel libro "I Racconti di Oscar", edito nel 1998.

Già Oscar. Tante storie lo vedono protagonista in questi racconti che srotolano senza sosta facce, personaggi di paese, scene di vita del passato. Un protagonista maldestro, grottesco, un po' filosofo.

"Oscar esiste davvero. Per un periodo ha lavorato con me. Per tutta la vita aveva fatto il contadino e non aveva mai visto niente. In quasi sessant'anni non era mai stato al mare, non era mai salito in ascensore, né su una scala mobile. Con lui sono andato a lavorare in Sardegna con la nave. Quando siamo arrivati sull'isola, la prima notte non è riuscito a dormire: si è messo a girare nel porto per guardare il traghetto. Non poteva capire come facesse a trasportare tante cose senza affondare!".

In queste storie MAURO traccia i contorni di antiche usanze, di scene tradizionali, figlie della terra. Mantenere viva la memoria è la sua "missione". Ridà vita alle più antiche parole dialettali, ai proverbi che stanno scomparendo. Alle canzoni folk.

Perché dal 1988 MAURO ha nella sua vulcanica attività anche la musica. In quattro hanno dato vita ad un gruppo: "La Minèstron Band".

"Quando ci siamo sentiti in forze, abbiamo iniziato a girare le feste, ad andare nei locali, raccogliendo soldi da dare in beneficenza. Adesso siamo in dodici elementi e andiamo nelle 'vetrine' di tante città. Siamo stati in Piazza Duomo a Milano, nonostante i vigili volessero cacciarci, siamo stati anche a Sanremo nei giorni del Festival. Quando c'è qualche manifestazione, partiamo".

MAURO suona uno strumento particolare costituito da un barilotto per il petrolio e da due corde, chiamato "bidón bass", e si esibisce come cabarettista.

Nel 2002 da una idea di Andea Bayer e Angelo Rastelli, per la regia dello stesso Rastelli, è stato realizzato un documentario, trasmesso anche da Rete 4, dal titolo: "VI RACCONTO UNA STORIA VERA"(Sulle tracce di Don Camillo e del 'Mondo Piccolo' di Guareschi). Si tratta di un viaggio alla ricerca dei prototipi reali dei due personaggi protagonisti dei libri prima e dei films dopo di Giovannino Guareschi. Protagonisti esistiti veramente, perché Guareschi ha preso spunto da figure esistite realmente, parroci e sindaci dell'epoca. Orbene il regista Rastelli ha voluto MAURO ADORNI come guida in questo cammino volto a ritrovare le tracce di tali personaggi nelle persone e nei luoghi che hanno ispirato il celebre scrittore.

E, "dulcis in fundo", MAURO, che da 'pensionato' aveva paura di non sapere più cosa fare, trova invece anche il tempo di partecipare in primis all'attività amministrativa del suo Comune di adozione. Infatti dalle ultime elezioni è Assessore allo sport e alle attività culturali di Torricella del Pizzo.

Ci pare ora giusto concludere questo incontro con alcuni scritti di MAURO, tratti dal volume "I Racconti di Oscar". Racconti e poesie che sono come lui, divertenti ed esilaranti, ma talora anche venati di una amarezza sottile.

LA MASÄDA DAL GUZÉN


Gh'era bèle töt pront in tal curtil. Sota la furnazèla l'äcqua la s'era adrè a scaldär, i fèr e al curadùr ieran insima a la tavlata cum i buräs.

A riva in biciclata la muiéra dal masalén par dir che so' marì l'era stä' mäl dürant la nòta e al n'as sinteva mia ad masär.
Intant ch'la va via Oscar al diz: "S'al gh'é mia lö', al mäs me!" La Lina, so' surèla, anca lì' mia spuzäda, l'ag diz: "Ma sit bon?". "Un mastér al väl cl'ätar" l'ag risponda Oscar da bräv maringón e al cumincia a güsär al curadùr. "Sö!, vèra l'ös dal pursìl!".

La Lina in saväti la vèra, al guzén al ven föra e l'as guärda in gir. Oscar l'ag sälta adòs, l'ag ciäpa la gämba sinistra, al la straböca a pansa a préria, l'ag pianta al curadùr e, par essar sicür, l'ag dà 'n'ätar culp. Al guzén l'as mata a sigär, al squäsa la testa, l'as mata in snución, pò l'as leva in pé.

Oscar al capésa ch'l'é un òss dür e al diz a so' surèla: "Ténal par la cua ch'ag däg 'n'ätar culp!". L'ag córa davanti e l'ag dà un culp püsè fort ch'l'as cardéva d'averal trapasà. A cul pont lé al guzén al s'é argiulì. L'ha cumincià a tiräras adré la Lina ch'al g'ha fät spasär al curtil, strabücär di sdèi e müciär dil tävli.
Oscar al s'é ingatunà d'addré a la furnazèla e la Lina, apéna scargäda, la s'é saräda sö in ca'. A gh'era un sigaméri che tra al guzén e la Lina a n'as säva mia qual'era da masär.

Oscar, a la Tarzan, al sgh'é tacà atäca a la schena e l'ha cumincià a scuraiär da töt al pärti e l'ültma, prima d'essar scargà, al gl'ha däda in tal cül dil volti che al cör l'avés cambià pusisiòn. Al guzén al pisäva sanguv, Oscar l'era töt rós, i mür iävan cambià culùr.

A gh'era dal sanguv dapartöt. Ancora 'na pirläda e pò al guzén l'é dà zò cmé un ramlasón.

L'é stà squartà, impicà, e, quanda é gnì al veterinäri a buläral, al g'ha det: "Oscar at fè sensa färal sgusulär: l'é mort disanguà".


L'ÖS SENSA MARLATA


Al cèsso ad töt al ca' ad campägna l'era 'na casléna di nanén: un metar par un metar d'area, al büz trenta bor ad diametro, al fnastrén par matrag al föi ad giurnäl che quanda a piuveva as fäva sensa bidè. L'ös tajà cürt in fonda par fär passär l'äria che d'inveran, quanda a t'at chinäv, t'andäva via la vöia e, par marlata, a gh'era un curdén che, quanda at sér dentar, at tiräv e col föra al capéva ch'l'era impgnà.

Anca a ca' d'Oscar al gh'era, ma lö', ch'al giräva, l'äva vest che al cèsso in ca' al pudeva essar püsè comad. Vest che so' mädra l'äva mücià 'na certa età, al la vreva far sö. La Lina l'era ad l'avìs, parché ag nuzeva färas vadar andärag, ma so' mädra no. Lì' l'era afesiunäda a cul cèsso là, prima ad töt parché al l'äva fät sö al so' povar marì; pò l'era prätic; inveci, s'al fés stä' fät sö in ca', al sarés stä' anti igienic.

Un dé la Lina, vest che la mäma la fäva fadiga, al l'ha acumpagnäda al sarvési e, vest che la cosa l'era longa, l'é armästa d'acordi che, apena fnì, l'arés ciamà; intant lì' l'andäva a fär sö i lèt.

Passà i dez minüd e vest che la mäma la dzéva agnenta, la Lina, premürusa, la manda Oscar a vadar. Oscar al l'ha ciamäda, ma sicome la mäma l'era impgnäda cum 'na man a tgniras sö la vèsta, cum cl'ätra a puliras, cum i dent a tgnir al curdén ad l'ös, l'an pudeva mia därag risposta.

Oscar, sentend agnenta e cardend ch'a fés sucès qualcosa, ad premüra l'ha tirà l'ös a töta forsa. L'ös al s'é vèrt cum la dintera atäca al curdén; so' mädra chinäda l'ha ciapà al trapéch e l'é andäda a cascär drét in tal büz!

Oscar, vest la scena, par mia sentar paroli da fögh, al töz sö la dintera, al l'infilsa in boca a so' mädra e in tono ad braväda l'ag diz: "Mama, al cesso in ca' al g'arà la marlata ch'as sèra!".


LA VCÉNA DAL BASTUNSÉN


'Na stansa cum 'na fnèstra l'era la so' ca'. In mèza 'na tävla da un metar quädar e in 'n'angul un lèt da 'na piäsa. In mèza a la paré un camén cum al bòrd smaltà ad marón e, in sima al bòrd, 'na svèglia ch'la fäva tic tac. Impicà atäca a la cadena a gh'era sempar un brunzén d'äcqua cälda riscaldäda dai brèz che cuntinuament i brüzävan in tla sandra.

La padrona ad la stansa l'era 'na vcéna älta un metar e quaranta par quaranta chilo e töt al dé la stäva davanti a la fnèstra a guardär al giardén comünäl. Mia ch'la fés curiusa, ma la tgneva d'oc al ciel. Apena ch'a gneva sö un quälc nivul, s'alväva 'na spira ad vent e al pianti is matevan a dindulär, lì' l'as mateva al sciäl in co', la gneva föra in tl'ändit e la tgneva d'oc s'a gh'era un quälc bròc sac ch'a däva zò par tèra.

Apena pasà al pericul, l'as mateva a girär in mèza al pianti dal giardén e la cuminciäva a catär sö töt i fruschén ch'era dä' zò, al lia mateva in tal scusäl e, quanda l'era pien, al mässim al n'in tgneva dü chilo, al l'andäva a scargär in ca'. S'a gh'era un quälc räm gròs, l'as fäva aiütär da nüätar ragäs, parché a lì' ag mancäva la forsa.

Quanda la turnäva a ca', la mateva töt i tuchén ad legna ben giöst e in fila ad fianc al camén acsé i sügävan. Cum al gaväl la däva 'n'arvultäda ai brèz e pò la n'in mateva sö von par mia fär trop fög töt in 'na volta. La tuleva l'ünica scräna ag gh'era in tla stansa, l'as sideva atäca al camén e pò la parläva a la fiäma. L'era 'na so' amiga, la so' cumpagnia.

Un dé, in tal giardén i bròc par tèra i s'en mücià. La vcéna l'é städa catäda sensa véta, sidida dasvén al camén e anca al fög l'äva fnì ad parlärag, vest che lì' l'ag däva pö risposta.



AL ME' PO

Sempar bèl gnirat a catär
specialment sot sira, l'ura dal tramuntär.

In mèza a 'na campägna afusa e maläda
a t'ag sì te, o Po, che cmé 'na vena squarciäda
at port a la Bässa Padäna
al sanguv, la véta, la mäna.

Mument d'incant quanda i culùr
inturna a te, sensa pitùr, is mastüran tra lur
e asura a töt a suvrästa al rós fughént,
che -mo guärda- al renda la to' äcqua culùr argent.

Al piòpi in fila cmé tant granatér sull'attenti
it salötan cum al föji e is mövan cuntenti,
parché i ciäpan da te cl'alzéra ruzäda
ch'l'é al so' pan par töt la giurnäda.

La bärca dal pascadur la rasenta la sponda
e, sbürläda dal ram che cum forsa al täja l'onda,
la rompa al rós ch'a s'inspiciäva dal ciel
lasand 'na scia sütila in sima al to' vel.

'Na pelicola ad vent la cumincia a spirär
e, intant che l'erba pavéra l'as läsa dindulär,
al gabiàn al vèra j'äli e al va via;
ma dopa al riturna, ag piäz trop la to' cumpagnia.

Al sul l'ha bèle nascost al so' müz,
la lóna in mèza al növli l'ha vèrt al so' büz
e la cumincia a fär j'ombri pö longhi
infén a quarciär l'ärzan, i bosch, al to' spondi.

A cäla la sira. Da la bianca sabièra
sa stenda, alzéra, la cuèrta ad fümèra
ch'la sa sparpäja par l'immensa pianüra,
purtand a la Bässa ricassa par la natüra.

Sempar bèl gnirat a catär. Riturnarò.
Costo l'é 'n'amig. Costo l'é al me' Po.

I SABIÓN


I Sabión i rivan in fila da la stréna
i stan in cazòt d'asvén a la guléna.
In sima a l'ärzan is möcian
e cum smuiaröli, bastón e viulén
i täcan 'na müsica fäta ad ciòc e sunén.

Vistì ad sträs catà e invarsà,
i päran ombri riflèsi in tal póci
e ilüminà da 'na lóna laväda
i travèrsan i camp ad cultüra
ancora quarcià da la neva zläda , düra.

I rivan in paés i Sabión
purtand un cranväl sensa lüstrén.
La genta al j'invìda cuntenta
a fär quätar sält, cantär al cansón,
magnär ciacri e turtèi cum ven bon.

A gh'é la dunlata cum zò i calsàt,
von vistì cm'al tabär al fa al ladrón,
al vèc sunadùr da cantastorii,
l'oman ad la lóna al pensa cuntent
a còsi luntäni, al ciel, al firmament.

I cant in tla nòta is van a smursär.
Pian pian i Sabión i läsn al paés.
I squäsan al brizi di duls armästi in sacòsa,
i sèguan al sul ch'l'as léva a préria.
Al cranväl ad la véta al dventa miseria.

LA MADÓNA DI SPÉN


Luntan dal mond, smingäda dal temp
gh'é 'n'angul ad tèra armästa incantäda
sensa castèi, né mür e cimént,
che la Bässa Padäna la s'é tgnida lugäda.

Un spigul ad tèra da pòc
sulament col ch'a ven:
'n'òpi, 'na séza, dü bròc
e un turént circundà da rübén.

Tra sintér, camp e tèra aräda
piena ad cürvi e in fonda dü pén,
sa stenda 'na sträda giaräda
ch'a porta a la Madóna di Spén.

Un santüäri pien d'ümiltà,
picén, sensa tóri e campäni.
A l'altäri un lümén sempar pià
al fa lüza a tre viöli paisäni.

Dal quädar in tal mür pitürà
la Madunéna la bräsa al Bambén
e la prega cum immensa buntà
Par spuntär e limär i nostar spén.


===> La Storia della Compagnia Dialettale Sissese

 

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